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Libia: di chi è la colpa dell’invasione? Certamente più di Napolitano che di Berlusconi.

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA

Sull’attacco in Libia del 2011 si è scritto moltissimo, e molto altro si scriverà ancora, ma le dichiarazioni degli ultimi giorni di Giorgio Napolitano – all’epoca Presidente della Repubblica – lasciano allibito anche il lettore meno accorto. Re Giorgio ha, in un’intervista rilasciata a Repubblica il 3 agosto, scaricato ogni responsabilità decisionale sull’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ma la verità è totalmente differente. Come noto a tutti, Silvio Berlusconi aveva stretto degli accordi economici con l’allora dittatore libico Gheddafi che prevedevano, tra le altre cose, che dalle coste libiche non partisse più nessuno verso le coste italiane, accordo pienamente rispettato fino a che la Francia, sotto la presidenza Sarkosy, non decise di liberarsi definitivamente del regime di Gheddafi (ma i veri motivi erano economici) attraverso un attacco aereo avallato dagli americani sotto la presidenza di Barack Obama.
L’articolo apparso sul blog “Indipendenza e Costituzione” parla di pari responsabilità da suddividere tra Napolitano e Berlusconi nella questione libica. Ma ciò non corrisponde a realtà. Per questo ci permettiamo di dissentire e di fornire una versione critica.
La sera del 17 marzo 2011, mentre al Teatro dell’Opera a Roma andava in scena il Nabucco di Verdi diretto da Muti per il 150°anniversario dell’Unità d’Italia, Napolitano tenne una riunione in un salotto del Teatro alla presenza di Berlusconi, del ministro della Difesa La Russa e del consigliere diplomatico di Palazzo Chigi Bruno Archi. Berlusconi sostiene, come scritto da Alan Friedman nella biografia del Cavaliere, che Napolitano “continuava a insistere che dovessimo allinearci con gli altri in Europa”, e che quindi la decisione era già presa, facendo pesare il suo ruolo di Capo supremo delle forze armate. Ma attenzione. Il giorno dopo, siamo al 18 marzo, la forte contrarietà della Lega e dello stesso Berlusconi all’operazione militare in Libia fermò tutto, tant’è che alcuni nostri obiettivi militari furono provvisoriamente assegnati al Regno Unito. Berlusconi fu costretto a cedere solo successivamente, per non ostacolare una decisione già assunta non solo a livello europeo, ma soprattutto americano. Ma anche per non creare una rottura dei rapporti istituzionali tra Governo e Quirinale.
Tale versione è stata confermata – tra gli altri – anche dall’ex ministro degli esteri Frattini, che durante la riunione del 17 marzo fu convocato via etere in quanto non si trovava in Italia.
Ma a sostegno della nostra tesi viene in soccorso anche la logica. Come poteva Silvio Berlusconi, che con Gheddafi si era accordato per non far partire più nessuno dalle coste libiche verso l’Italia, a decidere senza esitazione di partecipare all’attacco militare in Libia? Certamente fu il Governo Berlusconi a decidere formalmente la nostra partecipazione alle operazioni militari, ma solo dopo aver subito forti pressioni sia da parte del Presidente della Repubblica che da parte della sovrastruttura europea.
Da ciò ne deriva che, sul piano delle responsabilità politiche, certamente Napolitano ebbe un ruolo marcatamente incisivo, molto più pesante e decisivo di quello che egli stesso vorrebbe oggi scaricare su Silvio Berlusconi.
Del resto, dopo pochi mesi dall’attacco in Libia, lo stesso Napolitano preparerà il Colpo di Stato che si concretizzerà nel novembre di quello stesso anno con la caduta del Governo Berlusconi e la nascita del Governo Monti.

Attacco a Gheddafi: serve un dibattito parlamentare

Comunicato stampa

Attacco a Gheddafi: serve un dibattito parlamentare per mettere sotto processo Napolitano e Berlusconi in quanto non hanno tutelato l’interesse nazionali e hanno violato la Costituzione.

La lettera aperta ai Parlamentari: “Di chi è la colpa dell’invasione? ” nella quale Indipendenza e Costituzione, Riscossa Italia, Risorgimento Socilialista chiedevano un dibattito sulla mancata opposizione e la partecipazione all’attacco poi alla Libia è stata ripresa da alcuni esponenti politici ed ha aperto la discussione.

Le dichiarazioni contraddittorie di Berlusconi, Napolitano ed altri ministri dell’epoca avvalla la necessità di fare chiarezza a livello istituzionale. È ora che questo Parlamento abbia un sussulto di dignità e di verità. Infatti, come tutti possono ben vedere, la colpa di quanto accade: il carico di dolore e di morti, i soldi spesi ed i fallimenti di Mare nostrum, Frontex, Sophia nascono proprio dalla distruzione della Libia perpetrata da Francia, Inghilterra, Usa, Italia. Le stesse confuse scelte di questi giorni sono testimonianza di quegli errori.

Quanto si sta approntando in Libia, infatti, proprio per il disastro sociale e politico provocato, per un governo che sta rintanato in una base militare, per il controllo tribale del territorio, non appare realistico. A nostro parere sarebbe necessario un intervento diretto dell’ONU davanti alle coste libiche e nella gestione dei campi profughi con forze di paesi non direttamente coinvolti. Onu che dovrebbe rimediare all’errore di aver coperto l’intervento armato di Francia, Inghilterra, USA ed Italia messo in atto per interessi geopolitici e nazionali.

Questa chiarezza è necessaria per approcciare in modo opportuno e con legittimità politica la necessità di fermare l’immigrazione di massa: con umanità ma con determinazione. Ciò per quanto produce in Italia a causa delle reazioni popolari dovute ad una situazione sociale già difficile causata dalle politiche liberiste e dell’Unione Europea. In questo senso l’immigrazione è diventata un’arma di distrazione di massa per parlare il meno possibile di politiche industriali, disoccupazione, disoccupazione giovanile, salari, pensioni, servizi pubblici, democrazia. Ma va fermata anche perchè l’immigrazione di massa impoverisce i territori di provenienza.

Ora il governo ed il PD per motivi elettoralistici sembrano aver cambiato linea sostenendo che il flusso va fermato in Libia, in Africa. Dice Renzi: “Bisogna aiutarli a casa loro”. Come da tempo declamato dalla destra.

Può funzionare questa nuova politica del governo e del PD?

Ma come possono costoro, questi governi, questi partiti, aiutare qualcuno quando l’anno scorso i giovani italiani sono emigrati dal nostro paese in misura superiore agli stessi immigrati!? Quando stanno portando al declino un intero paese!?

E’ una cosa assolutamente ridicola, ma anche pericolosa. Infatti, questa frase nasconde ancora una volta la volontà di politiche neocoloniali. Quelle politiche che sono proprio alla base di questo fenomeno: guerre, sfruttamento delle risorse, controllo dei governi locali.

È lo stesso termine di aiuti che va eliminato poichè questi, spesso e volentieri, sono investimenti e prestiti con il cappio al collo, fonte di subordinazione, truffe e corruzione. Altro che aiuti!

È il reciproco interesse che deve muovere il rapporti fra popoli. Ma il popolo italiano deve sapere che ciò è possibile solo cambiando le politiche e le classi dirigenti in Italia.

Devono essere anche chiaro che se è il popolo italiano a decidere se, chi, e quanti possono entrare nel nostro paese, deve esserlo altrettanto che non si può continuare a violare la sovranità altrui come si sta facendo negli ultimi decenni: guerre in Iraq, Libia ed ora la Siria.

Di chi è la colpa dell’invasione?

Lettera aperta ai Senatori e Deputati per la convocazione di un dibattito parlamentare per verificare le responsabilità di Napolitano e Berlusconi

 

Ci sono, e vanno indagate e dibattute, le grandi cause e responsabilità internazionali e storiche dell’immigrazione di massa e di una presente (e futura) invasione del nostro territorio nazionale che il governo non riesce né a pensare, né tanto meno a controllare.

Ma per avere il diritto di indagare e dibattere le grandi cause e responsabilità storiche, bisogna meritarselo, e prima indagare e dibattere le cause e responsabilità italiane di questa sciagura che ricade sul capo nostro, dei nostri figli e degli immigrati. Farlo è facile, perché la responsabilità politica e giuridica diretta dell’invasione è ascrivibile a due colpevoli italiani, entrambi viventi e operanti sulla scena politica, che hanno nome, cognome e indirizzo.

I due colpevoli italiani dell’invasione sono:

1) Giorgio Napolitano, nato a Napoli il 29 giugno 1925, Senatore di diritto e a vita quale Presidente Emerito della Repubblica.

2) Silvio Berlusconi, nato a Milano il 29 settembre 1936, Presidente di Forza Italia

Nel 2011 Giorgio Napolitano era Presidente della Repubblica, Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio del Ministri. Tre anni prima, entrambi avevano firmato il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, stipulato a Bengasi il 30 agosto 2008, che contiene il solenne divieto di compiere atti ostili in partenza dai rispettivi territori, e in cui ciascuna parte si impegna a non compiere atti ostili nei confronti dell’altra e a non consentire l’uso del proprio territorio da parte di altri (stati o attori non statali) per la commissione di tali atti.

Nel 2011, Francia e Gran Bretagna aggrediscono la Libia, ne rovesciano il governo, e bande criminali da esse sostenute e finanziate massacrano il Capo dello Stato Muhammar Gheddafi.

Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi non soltanto non muovono un dito per opporsi con tutti i mezzi disponibili a questa aggressione, ma consentono agli aggressori l’utilizzo dello spazio aereo e delle infrastrutture militari italiane, e addirittura si accodano all’aggressione, partecipandovi tardivamente, in ruolo subalterno.

Così facendo, Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi si rendono colpevoli di quanto segue:

  • Violazione patente e ingiustificata del Trattato di amicizia tra Italia e Libia, con grave offesa all’onore della Repubblica italiana e alla sua reputazione internazionale.
  • Grave danno a un interesse nazionale vitale: perché tale era, per l’Italia, la stabilità del governo libico. Come largamente prevedibile e previsto, infatti, la destabilizzazione del governo libico e l’anarchia sanguinosa che ha provocato è la causa prossima immediata dell’invasione incontrollata di immigrati sul territorio nazionale italiano.

Chiediamo dunque che si tenga al più presto un dibattito parlamentare avente per tema: “Responsabilità politiche italiane dell’invasione incontrollata di immigrati sul suolo nazionale”, nel quale si discutano le responsabilità politiche e giuridiche di Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi. In questo dibattito parlamentare si valuterà:

  1. a) se deferire Silvio Berlusconi al Tribunale dei Ministri per la violazione del Trattato di amicizia tra Italia e Libia (v. la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, 1969, in specie artt. 26 e 31. Dal preambolo: “I principi del libero consenso e della buona fede e la norma pacta sunt servanda sono universalmente riconosciuti”. Dall’allegato: “ogni trattato in vigore vincola le parti e deve essere eseguito da esse in buona fede”.)
  2. b) se deferire Giorgio Napolitano alla Corte Costituzionale per il reato di alto tradimento, in quanto colpevole di comportamento doloso che, offendendo la personalità interna ed internazionale dello Stato, ha costituito una violazione del dovere di fedeltà alla Repubblica.

Che cosa potevano fare Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano nel 2011?

Appena saputo che Francia e Gran Bretagna intendevano aggredire la Libia, paese amico e garante di un interesse nazionale vitale, Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano potevano e dovevano, subito:

  1. a) Denunciare pubblicamente e in tutte le sedi diplomatiche opportune – anzitutto UE, NATO e ONU – l’iniziativa illegale delle due potenze (alleate NATO), e manifestare inequivocabilmente che l’Italia aveva l’obbligo, l’interesse e la volontà di opporvisi con tutti i mezzi a sua disposizione
  2. b) Offrire collaborazione militare al legittimo governo libico, e, se accettata, schierare truppe italiane sul suolo libico a protezione del Capo dello Stato e delle infrastrutture più rilevanti, inviando in appoggio alle truppe di terra le navi della Marina militare italiana.

Questo si poteva e si doveva fare, e Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano non lo hanno fatto, pur conoscendo molto bene le gravi conseguenze, per l’Italia e la Libia, della loro inazione.

La distruzione dello Stato libico ha aperto le porte all’immigrazione di massa e a chi ci lucra sopra: mercanti di carne umana e jihadisti.

La controprova è la Spagna, che, sebbene molto più vicina al continente africano delle coste italiane, non è investita da un’immigrazione paragonabile a quella che interessa noi: perché di fronte alla Spagna c’è il Marocco, che può controllare il proprio territorio.

La soluzione della crisi migratoria passa per il recupero della dignità e della volontà dell’Italia di ammettere i propri errori, a partire dalla nostra complicità nella destituzione violenta di Gheddafi. Forte della ritrovata legittimità, l’Italia potrà decidere i provvedimenti necessari a fronteggiare l’emergenza e prospettare nelle sedi internazionali una soluzione che tenga conto di tutte le cause del fenomeno. Quanto all’Unione Europea, appare sempre più chiaro, anche in questo frangente, che o l’Unione cambia, o si deve uscire dall’Unione.

Firme:

Ugo Boghetta  (Indipendenza e Costituzione)

Roberto Buffagni (Indipendenza e Costituzione)

Tito Casali (Indipendenza e Costituzione)

Pier Paolo Dal Monte (Indipendenza e Costituzione)

Andrea Magoni (Indipendenza e Costituzione)

Ferdinando Pastore (Risorgimento Socialista)

Franco Bartolomei (Risorgimento Socialista)

Vittorio Banti (Riscossa Italia)

Luigi Pecchioli (Riscossa Italia)

Marco Mori (Riscossa Italia)

Valerio Palandri (Riscossa Italia)

Collettivo Arditi del Popolo di Civitavecchia

Alessio Quercioli (Collettivo Arditi del Popolo di Civitavecchia)

Marino Badiale

Fabrizio Tringali

Stefano Santarelli

Edoardo Biancalana

Paolo Marinelli

Adele D’anna

Saverio Primavera

Paolo Di Remigio

Marco Scillieri

Alberto Del Buono

Massimiliano Mauro

Corrado Belli

Virginio Alessandro Latella

Per aderire come firmatari si prega di inviare un’email ai seguenti indirizzi:

indipendenzaecostituzione@yandex.com

costituzionelasoluzione@gmail.com

ASSEMBLEA FONDATIVA DELLA C.L.N. – ROMA 25 APRILE

25+aprile+C.L.N.

IL PROGRAMMA DELL’ ASSEMBLEA PUBBLICA DELLA CLN – 25 APRILE, ROMA

(aggiornato a lunedì, aprile 17, 2017)

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il 25 aprile con la CLN
Confederazione per la Liberazione Nazionale

ASSEMBLEA PUBBLICA

Roma – Roma Scout Center. Largo dello scautismo 1 (nei pressi della stazione Tiburtina. Metro B, Bologna)

Per informazioni e adesioni: conf.liberazionenazionale@gmail.com

Sessione mattutina
Ore 10:00 – 13:30

Saluto ai presenti: Moreno Pasquinelli

Cos’è e cosa propone la CLN
Discussione sul Manifesto della CLN

Introduce: Ferdinando Pastore

Intervengono:

Alessio Pizzichini (l’Intellettuale Dissidente)
Beppe De Santis (Noi Mediterranei)
Caterina Betti (Riscossa Italia)
Fabio Frati (Lavoratori Alitalia)
Franco Bartolomei (Risorgimento Socialista)
Franz Altomare (P101)
Giorgio Cremaschi (Eurostop)
Leonardo Mazzei (P101)
Manuela Palermi (Partito Comunista Italiano)
Mariano Ferro (I Forconi)
Massimiliano Musso (Forza di Popolo)
Pier Paolo Dal Monte (Indipendenza e Costituzione)
Piero Attinasi (Noi Mediterranei)
Riccardo Achilli (Risorgimento Socialista)
Sergio Cesaratto (Politica e Economia Blog)
Stefano D’Andrea (Fronte Sovranista Italiano)
Wilhelm Langthaler (Coordinamento europeo no euro)

Ore 13:30 – Interruzione per il pranzo
(Il pasto sarà servito nello stesso luogo dell’assemblea. E’ necessario quindi che ognuno ci segnali la sua richiesta con una mail a: conf.liberazionenazionale@gmail.com )

Sessione pomeridiana
Ore 14:30-17:30

«Un patriottismo costituzionale per la sovranità popolare e nazionale»

TAVOLA ROTONDA con

Luciano Barra Caracciolo
Marco Zanni
Ugo Boghetta

Ore 17:30- 18:00

Concluderemo con il concerto musicale del cantautore Francesco Basso

DA KALIMERA A KALINYCHTA

di Ugo Boghetta

 
È lontano il tempo in cui la Grecia era sempre in prima pagina.
I mass media la nascondono: meglio non far sapere quanto è devastante l’Unione Europea.
Anche la sinistra sembra fare altrettanto. É infatti passato sotto silenzio il recente congresso di Syriza nonostante vi abbiano partecipato al completo le brigate disperate: Fassina, Fratoianni, Revelli, Ferrero.
Ho avuto la notizia dalla Grecia da un compagno tutto incazzato…nel mio caso, per l’intervento di Ferrero. Cosi ho cercato il testo.
In buona sostanza , dopo aver descritto quanto cattivi sono Junker, Merkel e Renzi, Ferrero ha ribadito l’impegno di affiancare la lotta contro l’austerità avviata da Syriza. Sì avete capito bene. Syriza starebbe conducendo la lotta contro l’austerità!? Giorni fa, in un intervista in merito alla visita di Renzi in USA Galbraight, collaboratore al tempo di Varufakis (sarebbe meglio chiamarlo Vanufakis), ha descritto lo scempio dell’immagine dei poveri ad Atene. Un trafiletto, qualche giorno addientro, riportava la notizia che ormai la lotta di classe la fanno i notai rifiutandosi di confiscare le case da trasferire alle banche. A questo è ridotta la Grecia.
Del resto, la Grecia come Stato non esiste più. Esulterranno tutti i sinistrati che inneggiano all’estinzione degli stati. E non esiste più perchè la troika (con la quale Tsipras diceva che non avrebbe mai trattato) è negli uffici del governo e del Parlamento a scrivere le leggi per attuare il memorandum sottoscritto nonostante il voto contrario di oltre il 60% dei cittadini.
La giustificazione teorizzata da Ferrero anche nel congresso di Syriza consiste nel fatto che la Grecia da sola non poteva farcela, che sono mancati potenti e sinergici movimenti continentali. Ma la debolezza della Grecia era nota e movimenti sinnergici non potevano esserci e non possono esserci perchè l’Unione e l’euro dividono popoli e Stati.
In un seminario interno del PRC, a questa nuova giaculatoria, ha risposto secco Dino Greco. Due cose non deve fare un segretario di un partito di sinistra. La prima è quella di non rompere i rapporti con il proprio popolo. In secondo luogo non deve rompere il proprio partito. Tsipras ha commmesso entrambi questi errrori. Syriza si è rotta e sono mesi che in Grecia ci sono scioperi e manifestazioni. Contro la Merkel e l’Unione? OXI: contro il governo di sinistra.
Poiché irresponsabilmente non aveva contemplato la rottura con l’Unione ed un piano b: l’uscita, Tsipras aveva solo un’altra scelta. Non firmare! La sinistra invece sembra in preda alla filosofia liberista: non c’è alternativa.
La scelta tragica di Tsipras ha rigettato la sinistra in un cono d’ombra ancora piu buio proprio mentre stava per uscirne.
E’ un dato di fatto. Per la sinistra c’è un prima ed un dopo la firma del terzo memorandum.
Le conseguenze sono negative anche sul piano politico. Tsipras sta frequentando sempre piu assiduamente i vertici del PSE (con Renzi). È normale. É una deriva inevitabile.
In questo senso ripercussioni ci saranno anche nel congresso di novembre-dicembre della Sinistra Europea stessa.
Cosi come è inevitabile che in questo modo la sinistra lasci spazio alla destra ed al razzismo. Ne è colpevole.
Solo una sinistra imbelle, ignorante, inesistente non capisce queste cose elementari.
E’ evidente che l’Unione Europea sta ridisegnando la geografia politica continentale: a destra come a sinistra. C’è chi sta con l’Unione Europea cercando di riformarla (pur teorizzando che questo non è possibile). E chi sta contro e la vuole rompere (dove si può: gli Stati nazionali) come presupposto per un’altra Europa.
La sinistra, prigioniera dei suoi cortocircuiti teorici e politici, sta con la prima opzione.
Ed è così che siamo passati da kalimera a kalinychta: da buongiorno a …. buonanotte!

ORA E SEMPRE INCONSISTENZA! LA MENZOGNA ASSOLUTA CONTIENE SEMPRE IN SÉ IL PROPRIO OPPOSTo

Da Asimmetrie.org  28 DICEMBRE 2015
Nell’articolo “Il male della banalità” pubblicato su a/simmetrie il 15 luglio si riconosceva, portando l’esempio della Grecia, l’impossibilità per qualsiasi formazione della cosiddetta “sinistra” di affrancarsi dalla gabbia dell’europeismo di maniera, fatto di significanti senza significato e di slogan ad effetto che non hanno alcun nesso con la realtà dei fatti. Come scrivemmo:

«È ormai evidente che quest’Unione Europea è totalmente irriformabile, perché è incompatibile con la democrazia; pertanto non si pone più alcuna questione su quali cambiamenti siano necessari per renderla migliore. Fanno sorridere gli appelli delle variopinte anime belle delle varie sinistre movimentiste sulla necessità di ridisegnare le regole europee, i parametri e i patti di stabilità, allo scopo di contrastare le politiche di austerità, visto che nella gabbia della moneta unica e dei trattati europei non c’è possibile redenzione. Il ricorso ad improbabili iniziative referendarie od elettoralistiche, su queste basi, è quindi destinato all’irrilevanza».

Questo è uno dei punti fermi da tenere sempre presenti, se non si vuole cadere nell’inconsistenza di una prassi fine a se stessa o, cosa peggiore, in un’operazione di cosiddetto “gatekeeping” che serva solo ad intercettare voti per impedire la formazione di forze politiche che possano essere veramente utili per contrastare la crisi nella quale versa il nostro Paese e il nostro continente e, cosa più importante, per modificare la situazione attuale creando una vera alternativa politica.

Ci pare, pertanto, indispensabile cercare di smascherare i tentativi di questo tipo, condotti nell’ambito della cosiddetta sinistra, che cercano di raccogliere in un contenitore elettorale le anime erranti di coloro che non si riconoscono (o non si riconoscono più) nel partito di governo[1], che non è altro che una formazione di figuranti, guidata da un comico di avanspettacolo di second’ordine, asservita pedissequamente agli ordini dell’Oberkommando di Bruxelles e alle èlite economiche che ne dettano l’agenda.

Questi tentativi di aggregazione vengono, in genere, promossi da sparuti manipoli di inconsistenti personaggi politici, che cercano di radunare questa sparpagliata galassia attorno a fatui slogan che stigmatizzano, in maniera vacua e inconcludente, le politiche di austerità che “ci chiede l’Europa” (senza però analizzarne le reali cause), e che fantasticano su “un’altra Europa”, un “Europa politica”, un “Europa dei popoli”, e altre simili svenevolezze.

Non è evidentemente bastato l’esempio di quel “contratto elettorale a progetto” denominato con l’ossimoro “L’altra Europa con Tsipras”, ispirato al simpatico ex primo ministro ellenico che, con la sua abile azione politica, ha ottenuto i brillanti risultati che tutti conosciamo (“«Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle,/ malvagio traditor; ch’a la tua onta/ io porterò di te vere novelle»” Inferno, 32: 109-111). Il fatto che alcuni di costoro vogliano intraprendere iniziative referendarie per contrastare l’austerità, come il de cujus, è quanto mai risibile, vista l’efficacia di quello svoltosi in Grecia (e non poteva essere altrimenti, dato che i quesiti trattavano degli effetti e non delle cause).

È pertanto evidente come tutte queste iniziative di creare formazioni a sinistra del partito-non-più-di-sinistra non possano essere nulla più che:

Pargoleggiamenti adolescenziali applicati all’agire politico
Tentativi di sopravvivenza “al riparo della durezza del vivere” (ossia nel comfort e nei privilegi della vita parlamentare) di alcuni personaggi che saranno, molto probabilmente, epurati dalle liste dei candidati di quel partito alle prossime elezioni.
Qualcosa di assai più sinistro, ossia operazioni di maskirovka (come si diceva in Unione Sovietica) volte a impedire l’aggregazione di un reale dissenso alla prassi politico—economica dell’Unione Europea (l’euro in primis, ma non solo) e a “sterilizzare” un’eventuale bacino elettorale che possa riconoscersi in questo dissenso.
Tutte queste forze sono accomunate, de facto, dalla caratteristica di focalizzare l’attenzione su questioni secondarie o su epifenomeni (stigmatizzazione dell’austerità senza riconoscerne le cause, promozione di “diritti cosmetici” infarcita di sdilinquimenti emotivi) senza mai individuare le reali priorità (che evidenzieremo più avanti), con lo scopo di costituire, più che altro, una sorta di ricettacolo elettorale in modo da garantire anche la loro sopravvivenza politica in un’epoca di liste precostituite. In questo ci sembra molto simile all’operazione messa in piedi dal duo comico Grillo-Casaleggio.

In queste operazioni di “depistaggio”, si tende sempre a criticare “quest’Unione Europea”, “queste politiche di austerità”, “questo euro” e “questa banca centrale”. Purtroppo non si tratta di criticare e rigettare le “queste” cose elencate.

Un’altra Europa è possibile? Davvero? Ma davvero davvero? Emerge ormai chiaramente come la costruzione europea, così com’è, non sia stata oggetto del caso o di un destino ingrato, ma sia stata elaborata e costruita scientemente, nel “lungo periodo”, e seguendo un disegno ben preciso, accuratamente tessuto lungo almeno settant’anni[2]. Non è stata, pertanto, un accidente della storia o una deviazione dal cammino virtuoso indicato dai “padri nobili”[3]. Come hanno documentato gli scritti di Alberto Bagnai, Luciano Barra Caracciolo e Vladimiro Giacchè, per citare soltanto coloro che più si sono spesi nell’attuale dibattito sull’argomento, non si tratta di contestare e rigettare “quest’Unione Europea” o “questo euro”, ma l’Unione Europea e la moneta unica tout court.

Ciò che accomuna le anime erranti della cosiddetta sinistra è l’incapacità di cogliere e selezionare le priorità che caratterizzano questo momento storico e politico del nostro paese e del nostro continente, un’incapacità talmente palese da farci appunto subodorare l’operazione di gatekeeping che abbiamo accennato. Cosa v’è di meglio, a ben pensarvi, per un partito di governo totalmente supino alle politiche europee che stanno distruggendo la democrazia e la trama sociale del nostro paese (e sono in contrasto con la nostra Carta Costituzionale), che avere un’opposizione di facciata, che vede il dito e non la luna, priva di una strategia e di un disegno politico consistente, incapace di individuare le reali cause dei problemi in cui siamo immersi e, pertanto, di affrontare le priorità che abbiamo di fronte?

Come scrive Luciano Barra Caracciolo:

«Si tratta di priorità che, tra maggioranza e opposizione, si inscrivono tutte, saldamente, all’interno dell’idea (neo)ordoliberista della limitazione del perimetro dello Stato, della riduzione dei “costi della politica”, della moralizzazione del costume attuata sui fenomeni estrinseci e suggestivi (casta-corruzione-sprechi-costi della politica), fallendo totalmente di cogliere la sostanza dei problemi:

a) di democrazia sostanziale (costituzionale, in senso proprio e non solo legato alle alchimie organizzative e elettoral-istituzionali);
b) di equilibrio e crescita economica effettivi;
c) di corretta distribuzione dei redditi in attuazione dei principi inderogabili della Costituzione.»[4]
Da questo punto di vista, l’operazione più riuscita, ci sembra quella messa in atto dal duo comico già citato: la creazione di un movimento tenuto assieme da alcuni slogan su questioni dal sicuro impatto emotivo (la corruzione, la “malapolitica”, un po’ di ecologismo, che non guasta mai, come insegnano i gesuiti), che cambiano nel tempo, adeguandosi allo Zeitgeist, senza tuttavia porre mai al centro dell’attenzione le vere priorità (se non proponendo un referendum consultivo sull’euro che è un ottima ricetta per un suicidio economico di massa).

E già, la menzogna assoluta contiene sempre in sé il proprio contrario.

Se non si individuano le priorità reali (o se si decide deliberatamente di ignorarle) è impossibile condurre un’azione politica che possa essere davvero utile ed incisiva.

Queste priorità le abbiamo indicate chiaramente nell’articolo citato:

«Per cercare di riportare il ruolo dello Stato a quello indicato dalla Carta è necessario un ruolo proattivo dello stesso, ovvero la possibilità di finanziare la ripresa con l’iniezione di moneta nel sistema economico tramite la spesa pubblica, anche a deficit. È pertanto indispensabile uscire dalla unione monetaria, abbandonare la moneta unica e ripristinare il controllo del potere esecutivo sulla Banca Centrale, unico modo per consentire l’effettivo possesso degli strumenti per effettuare una politica economica efficace. Questo implica, ovviamente, il pieno controllo della politica fiscale, che deve agire nell’interesse del Paese e non a favore delle oligarchie europee che hanno concepito i parametri del trattato di Maastricht e hanno costretto l’Italia a introdurre il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione art. 81.

Affinché l’Italia possa salvarsi dalla spirale di declino nella quale è caduta, è essenziale poter promuovere le politiche sociali e ambientali, quelle volte alla piena occupazione, alla cura dei beni dello Stato, la pubblica istruzione, nonché tutte quelle politiche economiche che si ritengono strategiche per il futuro del Paese.

[…]

Data la gravità della situazione, riteniamo, pertanto, che sia necessario avviare un percorso di “resistenza”, che inizi a riunire la sparpagliata galassia di quelle forze che possano contrastare questo processo esiziale. L’emergenza è tale che è necessario costituire un vero e proprio Comitato di Liberazione Nazionale, che si riconosca necessariamente in pochi ma inderogabili principi:

Ripristino della Costituzione e, di conseguenza,
Sovranità politica
Sovranità monetaria»
Alla luce di quanto detto, riteniamo quindi assai pericolosi i tentativi, come quello messo in atto[5] dall’impalpabile Civati e da quel Cofferati la cui posizione politica è riassunta in questo pregevole siparietto interpretato assieme al compagno Luttwak, di dare vita a neoformazioni (termine che, nel vernacolo medico, viene adoperato come sinonimo di neoplasia) che non riconoscano le vere priorità da affrontare (come si può evincere dal programma).

Oggi, più che mai, è essenziale riconoscere questi tentativi di creare finte alternative per quello che sono: finzioni, maskirovka e gatekeeping, perché, se avessero successo, allontanerebbero vieppiù dalla speranza di risolvere la crisi in cui versa il nostro Paese.

Andrea Magoni
Pier Paolo Dal Monte
Ugo Boghetta

[1] La cui prassi e la cui teoria sono più simili alla destra repubblicana USA, o al partito laburista di Tony Blair, non a caso l’un assieme all’altro armati nei vari tentativi di “esportazione della democrazia”

[2] Vedi: Brooker, C,, North, R. (2005). The great deception. Continuum, London-New York

[3] E sulla nobiltà di quest padri vi sarebbe molto da discutere. Vedi Brooker, C, cit

[4] Orizzonte 48: Riforma Costituzionale e finanziamento, del 10 settembre 2015

[5] Che ha mutuato il proprio nome dalla spagnolola Podemos (caratterizzata anch’essa da un eccesso di slogan e scarsità di analisi, come peraltro il compagno Tsipras). Il che ci fa capire che la sinistra italiana è talmente carente di idee e di inventiva da non essere in grado di fare qualsosa di più che una pedissequa imitatio alii

Il Patto col Diavolo

 

Recensione di Ugo Boghetta a “Il patto col Diavolo” di Fulvio Scaglione

Da Socialismo 2017

Dopo la recensione del libro di Domenico Moro riprendiamo lo stesso tema con quella di un altro libro. Parliamo del: “PATTO CON IL DIANVOLO”, ovvero di come abbiamo consengnato il Medio Oriente al fondamentalismo ed all’ISIS. L’autore è Fulvio Scaglione, vice direttore di Famiglia Cristiana fino al gennaio di quest’anno.

Il suo punto di vista si avvale, oltre alla conoscenza storica, politica e documentale, di un punto di vista particolare. Vale a dire la relazione e frequentazione degli esponenti delle comunità cristiane conoscitori diretti del Medio Oriente e coinvolti, loro malgrado, nelle vicende di cui parliamo.

La tesi di Scaglione è forte e netta. L’origine dei mali è l’Arabia Saudita. Ed il patto col diavolo che dà il titolo al libro è quello stretto dagli occidentali, inglesi prima e USA poi, con il regno saudita.

L’Arabia Saudita sarebbe la pricipale finanziatrice e fomentatrice del fondamentalismo sunnita. La famiglia saudita, infatti, da alcuni secoli è sostenitrice del whaabismo: interpretazione fra le più radicali e fondamentaliste dell’Islam. La prima meraviglia, dunque, sta nel fatto che in occidente questo paese, ed altri Stati del golfo, passano per essere moderati!?
Vari documenti ufficiali citati nel libro dimostrano come l’Arabia Saudita finanzi i gruppi estremisti che vanno da Al Qaeda, all’Isis. Questo paese risulta infatti essere al quarto posto nell’acquisto di armi ma, mentre Cina ed India oltrepassano il miliardo di abitanti ciascuna, l’Arabia ne ha poco piu di 30 milioni. Dove finiscono queste armi? Tanto per stare all’attualità, la Clinton disse che era impossibile interloquire con i sauditi a proposito del fatto che il finanziamento al terrorismo partiva proprio da quel paese. Poi, racconta Scaglione, è arrivata una commessa enorme di 62 miliardi di dollari in armi e, guarda caso, un cospicuo finanziamento alla Fondazione Clinton. E, tutt’ora, l’Arabia Saudita risulta grande finanziatrice di Hillary!

Non solo. Scaglione afferma che il 90% delle istituzioni islamiche nel mondo fanno riferimento ai sauditi. La moschea del quartiere belga da dove sono partiti gli attentatori di Parigi, ad esempio, fu un regalo del re saudita. Ovviamente l’Arabia Saudita investe petroldollari in tutto l’occidente. Renzi vi ha appena fatto una capatina ed è venuta subito fuori la storia dei Rolex.

Tutti sanno ma nessuno fa nulla. Ed è per questo che, dice Scaglione dati alla mano, stiamo perdendo o non facendo, la lotta al terrorismo. Del resto, gli USA non sostengono in Siria Al Nahsra costola di Al Qaeda!?

Se per gli occidentali l’Arabia è la sponda per gli interventi diretti prima e la creazione del caos in questa fase, per i sauditi, afferma Scaglione, l’obiettivo non è l’Occidente e, per certi versi, nemmeno lo sciismo, ma avere l’egemonia sul mondo sunnita: l’80% dei mussulmani.

L’autore, fin dalle prime righe si pone due domande fondamentali. È nato prima l’uovo o la gallina? Ovvero, sono i terroristi a generare il terrore oppure il contrario? C’e stato un tempo in cui tutto poteva essere diverso?

Le risposte starebbe nell’accordo Sykes-Picot quando, al tempo della prima guerra mondiale, Inghilterra e Francia si divisero con matita e righello il Medio Oriente. Anzi, afferma, inventarono il Medio Oriente. Nel percorso successivo gli inglesi inventarono anche il regno saudita, casta ultraminoritaria allora, introducendo il virus whabita.

Ed è in questo quadro che irrompono le guerre irachene. Precedute dalla vicenda iraniana dove gli occidentali non poche colpe hanno rispetto alla nascita del regime degli ayatollah.

Ora, gli effetti di quelle scelte continuano a martoriare quel mondo e cominciano ad avere riflessi diretti sulla stesso mondo occidentale. Per altro, poco si parla, dice sempre Scaglione, delle guerre dei balcani e di ciò che è stato lasciato in Kosovo.

La guerra siriana ora ha allargato lo spettro dei problemi con l’intervento della Russia. Russia di cui Scaglione parla in termini di resistenza poiché: “più indietro di così non può andare”. E che in qualche modo sta diventando leader di quelli che non ci stanno.

Al contempo il libro affronta altre questioni. L’autore afferma che non si può esportare la democrazia in un islam che ha un’altra concezione della società. Al massimo, ricorda, in passato ci sono stati periodi in cui potere politico e potere religioso sono stati separati di fatto.

Nel libro si parla anche di un’altra bomba: quella democrafica. Una crescita continua della popolazione e una grande scolarizzazione per quanto generica.

Questo pone anche il tema delle primavere arabe e le vittorie successive del fondamentalismo. Scaglione non trova ancora una definizione convincente del perchè le prime abbiano fallito. Sta di fatto che l’Islam politico ha sempre perso e che l’Islam radicale è l’utopia che rimanda ad un periodo glorioso della sua storia.

Come dicevamo all’inizio, Scaglione gode di un punto di vista previlegiato: il rapporto con le massime autorità cristiane di quella parte di mondo. E, si chiede, perche costoro che hanno una storia in quella zona più vecchia dell’Islam, e una mentalità occidentale, non siano ascoltati. Perchè il patriarca di Aleppo, che spesso si trova a Roma, non viene intervistato da nessuno? Nessuno chiede la sua opinione?

Certo, la domanda è retorica. Costoro dicono, in buona sostanza, che ogni volta che interviene l’Occidente per loro sono guai. E la cosa che auspicano è che l’Occidente stia il più lontano possibile.

Il punto debole del libro sta nel fatto che la soluzione della situazione viene ricercata nell’Occidente. Può essere la soluzione chi è il problema?

Scaglione dice spesso: noi. Ma noi chi siamo? L’Occidente oggi ha una qualche superiorità morale, politica? Blair ha confessato che la guerra in Iraq è stata inventata. Qualcono l’ha arrestato e processato?

E la democrazia,la stiamo mettendo in discussione pure da noi a causa del fondamentalismo liberista, il pensiero unico, la fine della storia, l’egemonia dell’economia e dei mercati. Come ha scritto Paolo Prodi nel: “Il tramonto della rivoluzione”, l’Occidente ha perso la sua originalità, ovvero la capacità di progettare società alternative e futuro. E l’ha persa perche non c’è più dialettica, non c’è più contraddizione, non c’è più conflitto.

Ed il nostro modo di vivere individualista e consumista sempre più estremo è facile propaganda per il fondamentalismo islamico. Ed è così che l’Islam radicale assume il ruolo di un’ideologia forte che dà senso al mondo ed alla vita.

Così Scaglione e Prodi giungono alla stessa conclusione: la battaglia è persa.

Infatti, non si possono fare patti con il diavolo, perchè il diavolo vince sempre

PERCHÉ IL CLN

Da    Asimmetrie.org  6 OTTOBRE 2015

L’articolo titolato “Il male della banalità”, pubblicato su a/simmetrie lo scorso luglio, ha lo scopo di proporre una riflessione per andare oltre le critiche all’europeismo unionista. Dopo la vicenda greca, infatti, non ci si può più accontentare di reiterare all’infinito critiche, analisi, commenti che restano confinate nel reame onirico dell’” un’altra Europa è possibile”. Uno degli aspetti dell’articolo che ha destato attenzione è stata la proposta del CLN come strumento per uscire dalla gabbia dell’euro e dei trattati europei. È un tema importante e controverso. Noi stessi ne abbiamo discusso a lungo.

Vorremmo qui dare alcune chiavi di lettura.

1) Il riferimento al CLN è innanzitutto simbolico: la guerra di liberazione dallo stato di colonizzazione in cui versano gran parte dei paesi sotto l’Unione Europea. La Grecia ne è l’esempio più lampante.

2) In secondo luogo il CLN rimanda al suo risultato: la ricostruzione del nostro Paese e l’elaborazione della Costituzione repubblicana. Questo rimanda ad una scelta forte e precisa: il riferimento alla Carta Costituzionale.

3) Ci siamo chiesti se un movimento di liberazione dall’Unione Europea, dall’euro e dall’impostazione neoliberista insita in essi dovesse condurre alla costruzione un programma ex novo o invece riferirsi a qualcosa di già esistente. A monte c’è la questione se l’uscita dall’euro sia la condizione per altre politiche oppure la soluzione in sé. Infatti si può voler uscire dalla moneta unica senza porre il tema del superamento delle politiche liberiste che hanno dettato la prassi di governo negli ultimi decenni: rimanendovi dunque dentro. Abbiamo optato per il riferimento alla Carta.

4) La stesura di un nuovo programma, inoltre, se avvenisse completamente ex nihilo, comporterebbe probabilmente una discussione estenuante, mentre la Carta è già un riferimento forte, conosciuto e che contiene principi condivisi.

5) Del resto, qualsiasi cambiamento fa quasi sempre riferimento ad una passaggio storico importante da cui allontanarsi o a cui riferirsi pur con i dovuti e necessari aggiornamenti.

6) Proprio a questo fine la Carta ci è sembrata un punto di riferimento ancora valido; uno dei punti massimi raggiunti dal nostro paese dopo le pagine del Risorgimento. È l’unico testo che oggi può unificare, non senza difficoltà, la parte migliore del paese. Inoltre, ha una forte carica sociale e “antiliberista”: il lavoro, il popolo, i diritti individuali e collettivi, un’economia mista, la finalità sociale dell’impresa. Non a caso è stata in larga parte disattesa, contrastata ed infine cambiata. Non a caso J.P. Morgan stigmatizza questo tipo di Costituzioni e auspica il loro “superamento”.

7) Questo ci dice tuttavia che il riferimento al CLN ha già un programma che è quello della ricostruzione del nostro Paese.

8) Questo programma, ovviamente, esclude tutti coloro che non si riconoscano nei principi di cui sopra, in modo particolare tutti coloro che vivano nel sogno che reputa possibile riformare quest’Europa. La vicenda greca è un esempio per tutti

9) Il tema propone ulteriori domande. Quale forma dovrà o potrà assumere un Movimento di Liberazione Nazionale? Potrà/dovrà essere un Fronte con all’interno forze diverse oppure un soggetto unico articolato per “correnti”? Allo stato attuale dell’elaborazione, delle forze in campo, non è dato rispondere con verosimile attendibilità. E sono domande tuttavia che vanno poste per decidere il punto di partenza.

10) Questa problematica rimanda a due ulteriori questioni. La prima riguarda lo stato attuale delle culture che hanno dato vita alla Carta: quella cattolico-sociale, quella liberal-democratica e quella social-comunista. Se per un verso l’adesione alla Carta ha riferimenti consistenti a livello dei cittadini e di riferimento per vari conflitti, le culture originarie sono invece in crisi sin dal crollo del muro di Berlino e dall’avvento della cosiddetta “seconda repubblica”, ovvero da quando la prassi politica ha abbracciato la dottrina del “vincolo esterno”. Del resto se così non fosse non vivremmo in un colpo di stato latente. La prima cultura di riferimento ha avuto alti e bassi, ma in buona sostanza la parte più costituzionale è stata via via emarginata. Vedi la parabola del dossettismo. Così è stato per la dottrina sociale della Chiesa. Il “nuovo corso” intrapreso dalla politica vaticana, in quest’ ambito, potrebbe costituire una novità. Ma come questo stia agendo nella realtà cattolica italiana organizzata e d’opinione è questione da valutare e, come suol dirsi “attenzionare”. Della seconda ci sono pensatori sparsi e tanti rinnegati. Per il terzo versante l’involuzione del PSI prima, del PCI poi fino al suo scioglimento, l’adesione del Pds-PD a sponde liberiste e dunque in contrasto coi principi della Carta Costituzionale hanno creato una situazione complicata e tanta confusione ideologica e culturale. Le attuale formazioni che si richiamano al comunismo sono frastagliate più delle coste della Norvegia, senza alcuna presa di massa, passatiste o spontaneiste per la più parte. La cosiddetta sinistra radicale non solo non è socialista, ma non fa altro che mettere assieme una congerie di buone intenzioni, di slogan senza contenuto ed in larga parte è “euro-pirla” e, soprattutto, inaffidabile. Tsipras docet.

11) Quanto sopra va messo in relazione ad una analisi in gran parte ancora da fare su come l’Euro e l’Unione Europea (con tutto quello che ne segue) hanno agito ed agiscono su ceti e classi sociali al fine di individuare anche sul piano strutturale il potenziale (nuovo?) blocco sociale di riferimento.

12) Tutti questi aspetti ci parlano di un lavoro ideologico, culturale, politico, organizzativo da fare, al fine di essere in grado di tentare di portare il nostro paese fuori dalle secche del declino culturale, politico, materiale presente, e sciogliere in avanti nodi storici irrisolti, affrontare il cambiamento del paese, la problematica di una nuova collocazione internazionale essendo l’Italia collocata in una situazione geopolitica tanto pericolosa quanto interessante: collante possibile fra Europa del nord e mediterraneo, referente per la sponda sud con tutte le problematiche in atto. Inoltre vi è la grande questione del rapporto con la Russia e, non ultima, quella del Medio Oriente, del ruolo degli Stati Uniti e della NATO. Di nuovo, la Grecia docet. La fase storica del dopo guerra si è chiusa. La prima risposta data dopo l’89, l’Unione Europea, ha fallito sul piano ideale e materiale. Gli interventi degli Stati Uniti e della NATO nelle cosiddette “aree di crisi” (Iraq, Afghanistan, Libia, Siria) non hanno fatto altro che creare un caos sistemico del quale la crisi dei migranti e dei profughi è solo il sintomo più evidente. Serve altro, molto altro.

13) Questa è una grande sfida sul piano intellettuale, politico, pratico, ma crediamo che non vi siano molte alternative per uscire dal “male della banalità”.

Andrea Magoni
Pier Paolo Dal Monte
Ugo Boghetta

Il Male della banalità. La sinistra nell’epoca del sogno europeo

Da: Asimmetrie.org 15 luglio 2015

 

In questi drammatici giorni, la Grecia ha dimostrato, nella maniera più tragica, l’impossibilità per qualsiasi forza della cosiddetta “sinistra” di affrancarsi dalla gabbia dell’euro e di prendere pienamente coscienza che l’Unione Europea, e il coacervo di trattati sui quali si fonda, sono espressione del più becero neoliberismo, dal quale è assente ogni sia pur tenue traccia di democrazia.

In questi giorni stiamo assistendo, una volta di più, allo smascheramento del vero volto di quest’istituzione totalitaria e del suo braccio armato, la BCE che, come volgari strozzini di una qualsiasi organizzazione mafiosa ricattano un governo nazionale, legittimamente eletto, e pretendono di sostituirlo con una tecnocrazia di proprio gradimento. Operazione che è paragonabile, pur se non effettuata con mezzi esplicitamente violenti ai golpe etero diretti avvenuti nei paesi i cui governi erano sgraditio alle èlites economico-finanziarie sovranazionali.

 

E’ ormai evidente che quest’Unione Europea è totalmente irriformabil perché, è incompatibile con la democrazia; pertanto non si pone più alcuna questione su quali cambiamenti siano necessari per renderla migliore.

 

Fanno sorridere gli appelli delle variopinte anime belle delle varie sinistre movimentiste, sulla necessità di ridisegnare le regole europee, i parametri e i patti di stabilità, allo scopo di contrastare le politiche di austerità, visto che nella gabbia della moneta unica e dei trattati europei non c’è possibile redenzione. Il ricorso ad improbabili iniziative referendarie od elettoralistiche, su queste basi, è quindi destinato all’irrilevanza

Quest’ingenuità politica è talmente grossolana, da sconfinare nella complicità e nel collaborazionismo con quelle forze che stanno distruggendo le democrazie e i popoli d’Europa, e stanno mettendo in serio pericolo quella pace il cui merito, con ingenuità ancora maggiore, viene attribuita ad esse, perché, in realtà è ed è sempre stata pax americana e non pax europea

 

Quali forze politiche, esistenti o in fieri possono quindi farsi carico di un mutamento di rotta politico, economico e, soprattutto, culturale? Se si pensa all’Italia, certamente non il PD del “noi siamo quelli dell’euro” , oppure il vario campionario di insignificanti formazioni alla sua “sinistra”, come SEL, indistinguibile dal fratello maggiore, o il PRC del “no all’austerità, sì all’euro!”. Nel resto d’Europa, peraltro il quadro non è migliore: le cosiddette “sinistre riformiste” sono scomparse (Pasok) o sono perfettamente inglobate (come il PD) nel quadro neoliberale europeo, mentre le cosiddette “sinistre radicali” (Die Linke, Izquierda Unida, Front de Gauche) dimostrano drammatiche incapacità ad orientarsi nel rapido mutamento del quadro internazionale, rifugiandosi nel vagheggiamento di un’irrealizzabile idea d’Europa, incuranti delle cogenti necessità dei popoli e dei lavoratori.

D’altro canto, le nuove formazioni, come Syriza e Podemos, sembrano più essere una sorta di ricettacolo elettorale, atto a raccogliere il consenso di coloro che soffrono per le politiche di austerità, con vacue proposte, ma non certo in grado di prescindere da una cornice europeista immaginaria che è già morta e sepolta dalla “testa dura” dei fatti.

Tutto questo dimostra l’incapacità, per qualsiasi formazione della sedicente sinistra, di affrancarsi ideologicamente dalla gabbia dell’euro. Persino il simpatico dilettante Atene, pur di non mettere in discussione l’appartenenza della Grecia a questa gabbia, ha preferito trasformarsi in carnefice del proprio popolo.

 

Tuttavia, se ragioniamo in termini storici (anche se è una storia piuttosto recente), e ci limitiamo ai confini del nostro Paese, è facile comprendere i motivi che sottostanno a quest’europeismo di maniera. Negli ultimi 25 anni, ovvero dopo il crollo del muro di Berlino, per la sinistra italiana, vi sono state unicamente due ragioni d’essere. La prima è stata la mera logica di appartenenza/sopravvivenza, coagulata attorno a slogan senza alcun significato fattuale come   “più Europa”, il “sogno europeo”, “l’Europa ci ha garantito 60 anni di pace”, “Stati uniti d’Europa” e altre amenità di questo tenore. La seconda è stata la creazione di una nemico, dipinto come il male assoluto ( Silvio Berlusconi) , contro il quale fare un fronte (più o meno) comune.

Ciò che ha fatto da collante è la volontà di rinuncia alla sovranità, l’ideologia del “vincolo esterno” che, nel secondo caso si è manifestato sottoforma di letterina della BCE e nella spirale anabatica eterodiretta dello spread[1]; entrambi i “vincoli” sono stati fondamentali per il successo del golpe non violento che rovesciò il governo Berlusconi (che, piaccia o no, era stato legittimamente eletto dagli italiani).

Per ciò che riguarda la prima ragion d’essere di quest’insulsa e sedicente sinistra, invece, le cose sono un po’ più complesse, anche se facilmente comprensibili. Se l’ideologia scompare in vacui slogan e vi è la totale assenza di un disegno politico strategico e sensato, la ragion d’essere di una parte politica si riduce al mero perseguimento del potere, nella cura delle varie clientele o nella ricerca di confortevoli cariche politiche che possano mantere al riparo della “durezza del vivere”. Cosa c’è di meglio, quindi dell’appellarsi al “Ce lo chiede l’Europa”, per giustificare la propria inettitudine al governo della cosa pubblica?[2]

 

Si può, pertanto, facilmente comprendere come una disordinata congerie di tal fatta, accomunata soltanto da queste politiche, o meglio, da questa assenza di politiche, non possa far altro che propagandare quest’europeismo cosmetico, senza peraltro comprendere che le caratteristiche fattuali di questa cosiddetta “Unione Europea”, non possono avere altro risultato che quello di sgretolare le nazioni e i cittadini e , in ultima analisi distruggere la democrazia e la pace nel nostro continente

 

La morale di questo discorso, si può riassumere in poche parole: è impossibile essere di sinistra, ovvero proteggere il lavoro, essere contro l’austerità e difendere l’euro.

 

 

 

Per cercare di tratteggiare gli scopi e il possibile percorso di una alternativa politica a questo stato di cose, è opportuno delineare ulteriormente le caratteristiche di ciò che è necessario combattere, anche per mettere una pietra tombale sulle proposte sconclusionate che, con una certa regolarità scaturiscono dalle menti confuse di vari esponenti della politica, del giornalismo o dai cosiddetti “intellettuali” («le genti dolorose/c’hanno perduto il ben de l’intelletto»): il “più Europa” su tutti

 

La cosiddetta “Unione Europea”, come abbiamo già accennato[3], si basa su una competizione economica forsennata, sulla compressione dei salari e sulla distruzione della domanda interna, tramite una concorrenza spietata tra gli stati, in un processo di corsa al ribasso del benessere, dei diritti dei lavoratori e dei cittadini. Il risultato sono le misure di austerità imposte da poteri illegittimi che hanno provocato e aggravato la crisi nella quale ci troviamo.

 

La costrizione in un sistema di cambi fissi, la cosiddetta moneta unica, gestita da una banca centrale sovra nazionale e “sovragiuridica”, che ha sfacciatamente usurpato i poteri delle istituzioni democratiche nazionali, e gli scellerati patti di “stabilità” che ne fanno da corollario, impediscono agli Stati l’attuazione di qualsivoglia politica fiscale e valutaria, ovvero qualsiasi politica che possa agire da stimolo all’economia (politiche anticicliche), tutto questoo nella violazione più palese dei principi costituzionali

 

Questa assenza di controllo della banca centrale, da parte dei governi, ha lo scopo di impedire il finanziamento monetario dei paesi che ad essa sottostanno, ovvero, nel divieto di agire, da parte della banca centrale medesima, da cosiddetto “prestatore di ultima istanza” per lo Stato. Questo ruolo, ora precluso, permetteva di calmierare il tasso di interesse sui titoli di stato, consentendo ai governi di tenere sotto controllo il costo del finanziamento del debito. Il fine ultimo di tutto ciò, è quello di costringere gli stati a rivolgersi ai mercati per le proprie esigenze di finanziamento, con la conseguente maggiore spesa per interessi e una minore disponibilità per altre spese come sanità, istruzione, assistenza, previdenza (avanzo primario).

Questo costituisce anche una potente arma di ricatto nei confronti dei governi recalcitranti a seguire i diktat europei. Quest’ ultimo aspetto fu assai evidente nel caso della caduta del governo Berlusconi nel 2011: sotto la pressione pilotata dello “spread” fu prontamente sostituito dal governo più acquiescente verso gli altrui interessi.

Lo scopo di questo percorso scellerato è quella di abolire lo “stato sociale” che ha caratterizzato le nazioni europee nel dopoguerra e privatizzare i settori menzionati.

 

Per ciò che riguarda il nostro Paese, il fatto di aver accettato regole che hanno reso i governi democraticamente eletti ostaggi dei mercati, costituisce una evidente e gravissima violazione dei principi della Costituzione. Le classi politiche attuali, in totale spregio della Carta Costituzionale, stanno conducendo l’Italia su una strada di rapido declino che ne sta sconvolgendo profondamente la trama sociale e le istituzioni democratiche. E’ vergognoso assistere alla messa in mora della Costituzione della Repubblica in nome della sudditanza ai diktat delle oligarchie europee, espressione di centri di potere economico-finanziari, il cui scopo è la soppressione della democrazia e dei diritti dei cittadini e dei lavoratori.

 

Che fare?

 

Data la gravità della situazione, riteniamo, pertanto, che sia necessario avviare un percorso di “resistenza”, che inizi a riunire la sparpagliata galassia di quelle forze che possano contrastare questo processo esiziale. L’emergenza è tale che è necessario costituire un vero e proprio Comitato di Liberazione Nazionale, che si riconosca necessariamente in pochi ma inderogabili principi:

  1. Ripristino della Costituzione e, di conseguenza,
  2. Sovranità politica
  3. Sovranità monetaria

 

La Costituzione della Repubblica Italiana consegna la piena sovranità al popolo e definisce gli elementi economici e politici conciliabili con l’interesse dei cittadini. La Costituzione democratica e antifascista, nata dalla Resistenza non può coesistere con il cosiddetto “trattato di Maastricht”, una vera e propria resa senza condizioni al più feroce e avido neoliberismo globalizzato.

 

Il ripristino dei principi della Costituzione non può prescindere da quel principio fondamentale che è la sovranità e l’indipendenza dello Stato, e la sovranità politica non può essere disgiunta dalla sovranità economica e monetaria: per cercare di riportare il ruolo dello Stato a quello indicato dalla Carta è necessario un ruolo proattivo dello stesso, ovvero la possibilità di finanziare la ripresa con l’iniezione di moneta nel sistema economico tramite la spesa pubblica, anche a deficit. E’ pertanto indispensabile uscire dalla unione monetaria, abbandonare la moneta unica e ripristinare il controllo del potere esecutivo sulla Banca Centrale, unico modo per consentire l’effettivo possesso degli strumenti per effettuare una politica economica efficace. Questo implica, ovviamente, il pieno controllo della politica fiscale, che deve agire nell’interesse del Paese e non a favore delle oligarchie europee che hanno concepito i parametri del trattato di Maastricht e hanno costretto l’Italia a introdurre il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione art 81.

Affinché l’Italia possa salvarsi dalla spirale di declino nella quale è caduta, è essenziale poter promuovere le politiche sociali e ambientali, quelle volte alla piena occupazione, alla cura dei beni dello Stato, la pubblica istruzione, nonché tutte quelle politiche economiche che si ritengono strategiche per il futuro del Paese.

A questo proposito, è d’obbligo prescindere dai luoghi comuni propri della visione del mondo neoliberista contro il ruolo dello stato nell’economia, perché sarà necessario un forte intervento statale pubblico, anche tramite la creazione di un nuovo Istituto di Ricostruzione Industriale, per ripristinare quelle filiere produttive che sono state gravemente compromesse dalla crisi e per sostenere e riorganizzare l’economia di distretto, caratteristica precipua del nostro Paese. Inoltre sarà importante individuare quelle attività che sono monopolio naturale, e che sono state privatizzate nei decenni passati, perché siano rese nuovamente di proprietà pubblica. Allo stesso modo si agirà nei confronti delle attività in sofferenza nei settori che siano individuati come strategici, così come quelle che abbiano agito in contrasto con l’art. 41 della Costituzione privatizzando utili e socializzando perdite. capire

La riconquista della sovranità nazionale porta alla necessità e di una ridefinizione della collocazione dell’italia rispetto all’Europa, al Mediterraneo e, più complessivamente nel quadro internazionale

La costruzione di un’alternativa, dovrà necessariamente prescindere dalle logiche di appartenenza. Si tratta invece di costruire nuove alleanze politiche e nuovi blocchi sociali per l’attuazione della Costituzione. Oggi ha senso solamente parlare di blocchi sociali composti da carnefici e vittime, e le vittime sono tutti coloro che stanno soccombendo sotto il giogo delle politiche deflazionistiche dei carnefici di Bruxelles (e dei vari Quisling sparsi per i governi nazionali): lavoratori dipendenti pubblici e privati, artigiani, piccole e medie imprese, professionisti, commercianti, pensionati.

 

Poniamo quindi all’attenzione la necessità di elaborare culturalmente quelle linee di azione che consentano di aprire spazi a politiche sociali ed economiche non liberiste, nonché al coagularsi di forze che sappiano portarle fruttuosamente nello spazio politico italiano ed internazionale.

 

Andrea Magoni

Pier Paolo Dal Monte

Ugo Boghetta

[1] Indimenticabili sono I titoli di giornale del tempo, come quelli de L’unità o del Sole 24 ore

[2] Questo fenomeno è stato descritto da Alberto Bagnai in: (1) Il tramonto dell’euro, Imprimatur, 2012, e in: (2) L’Italia può Farcela, Il Saggiatore, 2014

 

[3] E altri lo hanno già spiegato meglio di noi, vedi Alberto Bagnai, o.p cit.(1) e (2); Luciano Barra Caracciolo, Euro e/o democrazia costituzionale, Dike, 2013; Vladimiro Giacchè, Titanic Europa, Imprimatur 2012 e Anschluss, Imprimatur 2013